PAUSA PRANZO

Cronache poco serie di un lavoro per niente serio
lunedì, 11 luglio 2005

 STORIA UNIVERSALE DEL SURGELATO
Un'opera monumentale su una delle più grandi conquiste dell'uomo
 
- PARTE TERZA: I Greci e l’impero romano -
 
 
TOMO PRIMO: GLI ANTICHI GRECI
 
Molti di voi conoscono scommetto, almeno di nome, i grandi commediografi della Grecia antica: Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Pochissimi però ricordano i nomi di un altro grande terzetto di pensatori che diede lustro all’Attica del tempo che fu: Sifilide, Filossera e Khatetere.
 
L’epoca - lo sapete tutti - è quella dei primi anni del governo di Pericle, in cui Socrate cominciava appena a conoscere sé stesso e il giovane Epaminonda, cui piaceva avere discepoli giovanissimi, aveva smesso da poco di conoscere Socrate (Epaminonda, ci racconta Diogene Laerzio nella sua “vita dei filosofi”, era soprannominato “Oi Kulattonoi”, che vuol dire: “colui che ti prende da dietro”, probabilmente a causa dei suoi artifici dialettici).
Dappertutto i simboli della potenza e della saggezza dei greci crescevano come funghi. Templi, statue, ristoranti di pesce e negozi di magliette con la scritta “Hellas” punteggiavano i dolci declivi del paese, dalla Macedonia fin giù alla lontana Rodi, con il suo Colosso. L’ulivo cresceva rigoglioso, gli Dei scorrazzavano felici ingravidando donne e bevendo Ambrosia (il Chianti non era ancora stato inventato) e a Olimpia si celebravano i giochi panellenici ogni 4 anni. Insomma, a dirla tutta, si stava benone.
 
In questa specie di paradiso vivevano e studiavano i tre sophos (in greco: “saputelli”) di cui parla la nostra storia. Sifilide veniva dall’Eubea, Filossera era nativo di Delfi, il paese dell’oracolo, sospeso sopra il mare degli ulivi e Khatetere era nato a Kòlon, un paesino vicino a Mileto, nell’odierna Turchia.
Kòlon era detto dagli abitanti “geoprottos”, ossia: “buco di culo del mondo” e tra Delfi, con il suo Omphalos, l’ombelico del mondo, e il Geoprottos di Kolon, i riferimenti alle parti basse si sprecano e mi sembra la dicano lunga sull’ambiente culturale in cui nacquero i nostri.
 
Ben presto però, tutti e tre i giovani letterati si spostarono ad Atene, una tappa d’obbligo allora, nella vita di uno studente, un po’ come Bologna nel Medioevo, la Sorbone durante l’Illuminismo o l’Università di Trento durante il periodo delle BR.
Qui i tre fecero amicizia mentre erano discepoli di Krizia (il sofista, non lo stilista… più o meno inutile uguale, ma molto meno ricco) e ben presto presero ad andare in giro per osterie e a cantare canzonacce fino a notte tarda nelle dolci serate estive del Peloponneso. .
Il risultato immediato di tale condotta fu che per poco il dotto Sifilide, che era il più stonato di tutti, non venne ostracizzato a furor di popolo dopo una sera di sbornia particolarmente feroce. E’ ancora Diogene Laerzio nella sua “Vita dei Filosofi” che riporta ciò che disse l’eubeo quando gli portarono la notizia che gli “ostrakon”, i cocci        con il suo nome scritto sopra, si andavano accumulando presso il tempio di Zeus. Secondo Diogene, egli guardò il latore della notizia con occhi vacui e disse: “Ma che ce fregaaaa, ma che ce importaaaa, se gl’ateniesi ci buttan fora dalla portaaaaa! HIC!” e poi si mise a dormire (secondo altri la traduzione giusta sarebbe: “cadde a terra svenuto”) là dove si trovava, in piena agorà.
Sempre secondo Laerzio fu proprio durante questa “estasi mistica” che il giovane ebbe la prima intuizione di quella che più tardi sarebbe divenuta la “Teoria di Findus” o “Parabola del pollo alla diavola con patate”.
Come i più dotti tra voi sapranno, la teoria suonava più o meno così:
Ci sono alcuni uomini incatenati dentro una caverna fin dalla nascita. Davanti all'imboccatura        della caverna c'è un velo e gli uomini prigionieri all'interno possono vedere soltanto le ombre che si proiettano sul velo. Un giorno uno degli uomini, di nome Findus Surgelatos, viene liberato e esce dalla caverna. Qui si accorge che le cose che vedeva da dentro la caverna non erano che le ombre della realtà. Allora si deprime moltissimo per tutto il tempo che ha perso, soprattutto dopo aver visto la giovane Straphika, una etèra di eccezionale bellezza usa a portare minigonne spettacolari, e per consolarsi si reca in una trattoria a mangiare una delle specialità della Grecia Antica: “Il pollo alla diavola con patate”. E si sbronza con la migliore Retsina della casa. Poi va dalla giovane etèra e la apre in due come una mela”.
Ora: ad alcuni di voi tra i meno dotti sfuggirà il senso profondo della storia. A questi sia di consolazione sapere che anche alcuni filosofi moderni, tra cui Abbagnano e Severino, avanzano dei dubbi sulla veridicità di questa parte delle cronache di Laerzio.
In effetti il fatto che nella Grecia antica le patate non fossero ancora state scoperte getta un'ombra di dubbio su tutta la faccenda. Secondo alcuni traduttori, però, il termine greco patatos si potrebbe tradurre come “fava” o “zucchino rancido” (qui i traduttori non sono d'accordissimo) e questo dirimerebbe la questione, con buona pace degli scettici. Il vero problema della teoria Sifilidiana, sviluppata in seguito con curiosi risultati anche dai discepoli Filossera e Khatetere, è il concetto, fino ad allora inedito di “bene” che essa comporta. Il dibattito filosofico è tuttora in corso. Schopenauer, in un dotto pamphlet  degli anni giovanili: “Filosserin Teufel Huhn mit Kartoffeln, Gut or nicht?” diede forse l'interpretazione migliore. Egli sostiene che il pollo alla diavola con patate è un simbolo della malvagità umana che si nasconde dietro un aspetto        innocente e spesso ingannevole (simboleggiato dalle patate), pronto a saltar fuori sul più bello e a distruggere la verità, simboleggiata nel racconto dalla giovane greca  e che la mela cui si fa cenno nel racconto, altro non sarebbe che una sbeffeggiante rilettura del concetto di peccato originale, in chiave ellenica, naturalmente.
Hegel, che come si sa, era un tantinello polemico con il collega Schopenauer, pubblicò poco dopo un libricino, di cui rimangono poche copie, dal titolo “Huhn mit Kartoffeln oder Sauerkraut?” in cui ribaltava la lettura del filosofo di Lipsia e sosteneva che a farla da padrone sarebbero state le patate, che egli sosteneva essere “tuberi diabolici”,   di cui occorreva “diffidare, diffidare e ancora diffidare”. Il fatto che i genitori del filosofo come riporta l’Abbagnano in una nota a margine della sua monumentale “Storia della Filosofia”, fossero soliti picchiare il giovane Hegel con un sacco di patate sulle gengive, ogni volta che questi pronunciava la parola “consustanzialità”, offre una strada particolare per l’interpretazione di questo curioso scritto.
Sia come sia, ancora oggi il senso della “Teoria di Findus” è molto dibattuto tra i filosofi che di fatto sono divisi tra “pollaioli” e “patatisti” e nei congressi dell’Unione Filosofica Mondiale questo argomento è considerato di cattivo gusto. Soprattutto tra coloro che preferiscono la fiorentina come secondo.
 
Dell’opera del trio ellenico ci sono purtroppo pervenuti pochissimi frammenti originali e una versione più completa del corpus Filosseriano potrebbe probabilmente dirimere molte questioni.
Di seguito riportiamo alcuni excerpta scelti tra i più rappresentativi, per rendere tutto il sapore (mai parola fu più azzeccata) e il senso del pensiero Filosseriano e dei suoi discepoli:
 
  • Tutto è cibo e il cibo è tutto (Frammento k2321 – Codex Restorans)
  • Non ci si può mai bagnare due volte nello stesso ragù (Fram. K3455)
  • Il bene e il male sono entità separate, ma davanti a un’ottima cena, possono fare pace. (Fram. K545)
  • Una buona salsa esalta il sapore dei cibi. Una cattiva salsa, spiace agli Dei (Passo citato nel “Libellus Maionensis”, Autore ignoto, Anno 934-937, pag. 143)
  •  Se siederai alla stessa tavola con un sofista, probabilmente alla fine del pranzo sarai così rintronato dalle sue chiacchiere che lui se ne andrà senza pagare.         Diffida quindi mio buon Metros (non sappiamo chi sia…probabilmente il personaggio cui si intitolava l’opera, scritta pare a fini didattici) delle sottigliezze dei sofisti e accertati invece che il servizio sia compreso nel prezzo, prima di lasciare una dracma di mancia. (fram. H323 detto “di Metros”) Da questo frammento appare chiaro che Filossera, che sembra esserne l’autore, abbia sviluppato una posizione critica nei confronti del suo antico maestro. Oppure, secondo alcuni commentatori,         appare chiaro che l’antico maestro tendeva a mangiare a scrocco e a filarsela alla bretone (antica versione del “filarsela all’inglese”) al momento di pagare la cena…
 
Come si può vedere da questi pochi frammenti, comunque, la profondità di pensiero del trio ateniese non è seconda per vastità e portata a nessuno dei filosofi contemporanei più noti e quindi Filossera, Sifilide e Khatetere possono a buon diritto essere catalogati tra i grandi maestri del pensiero occidentale. O almeno della storia della cucina occidentale, che poi è più o meno la stessa cosa, visto che molte pietre miliari del pensiero sono state sviluppate a tavola (cfr al riguardo: L. K. Markowitz: “Historia Universalis de Cogitare Ebbro”, Francoforte, 1734)
 
postato da pausapranzo alle ore 19:35 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: stupidaggini


Commenti
#1   11 Luglio 2005 - 19:37
 
bellissimo :)
AnziCiao
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Anzicioco

#2   07 Ottobre 2005 - 13:35
 
Veramente molto carino! Complimenti
utente anonimo

#3   05 Marzo 2008 - 11:35
 
Eschilo Sofocle e Euripide erano tragediografi -.-'
utente anonimo

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33 anni, militesente, automunito, deficiente, con un ipertrofico senso del ridicolo e un ridicolo senso dell'orientamento, scrivo a braccio, leggo a mutzu e non penso quasi mai. Mi sembra di essere stato chiaro, no?


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